25 novembre 2018: ordinarie storie di genere

Domenica di pioggia.
Pioggia plumbea di tristezza sulle cose. Mattino, ultimo sprazzo di silenzio di pentole, fornelli meravigliosamente spenti. Tra un pò inizierà il grande tram tram. La vita entrerà in scena con il suo frastuono. Chiuse le porte delle case, qualche smartphone riprenderà sughi bollire per una manciata di secondi: #sundaymorning. Ed è bello, poetico, fa tanto sud felice. Esiste una inconscia teatralità familiare, un susseguirsi di rituali, tradizioni che non si spezzano pur essendo così perversamente sbagliati.
Vedo le mani di lei affettare patate, sgangherato ticchettio di coltelli.
Vedo le mani di lei aprire al massimo l’acqua del lavandino, scrosciare di freddo e fretta.
Vedo le mani di lei dilatarsi dal calore del forno, lesto ritirarsi da scottature distratte.
Lei sorride felice, sente i figli alzarsi e ciabattare in giro a tutte le età dei figli che per lei restano bambini, anche con 44 di piede ed esami all’università rimandati. Lei sorride. Lei si muove nei metri quadri della cucina come infallibile regina. Quello è il suo regno, il suo personale credito per avere in cambio affetto. E spesso non vuole neanche che la si aiuti. “Come fareste senza di me?” E’ la sua frase preferita. Lei se ne rintana dolcemente. Vi scivola come l’olio sulle patate, ne ricava un piacere che le frigge dentro. Vedo i piedi di lui allungarsi sul divano, scricchiolio impercettibile di falangi. Vedo i piedi di lui accarezzarsi l’un l’altro, scontro dolce e ripetuto di strisciare di suoni affettati.
Vedo i piedi di lui indossare morbidi calzini blu, percezione immobile della lana calda sulla pelle.
Lui sorride felice, sente il vociare della tv riempire la stanza ed ipnotizzarla. Lui abita l’ipnosi ed inizia a parlare di politica. Lui può tranquillamente vedere un intero telegiornale e, se ne ha voglia, anche due. Può quindi davvero capire dinamiche globali e complesse ed elargire il suo pensiero ai figli e, se ne ha voglia, anche a lei. “E’ come dico io” E’ la sua frase preferita, ma non la dice quasi mai. Zittisce così il terrore che gli venga messa in discussione e scivola in serrate certezze.

Spio il suo sistemarsi i capelli dietro le orecchie, il gesto dolce della mano che lascia il viso. In quel vezzo lei deve aver sepolto abissi di potenzialità represse. Ha mai avuto dei sogni e poi li ha dimenticati o ha preso in prestito i sogni che ha ereditato senza nemmeno chiedersi come mai? Forse voleva fare l’università o partire per il Giappone. Oppure no, voleva davvero solo indossare presto il bianco, vedere la pancia crescere e prendersi i complimenti di tutti esibendo gli occhi del bimbetto come un trofeo personale, di cui lui, reo di non aver preso carnalmente parte alla gestazione, era naturalmente escluso. L’aereo per andar lontano poi l’ha preso, ma per il viaggio di nozze, accompagnata da lui. Santo protettore a cui si concedeva con sincera dedizione.

Spio il broncio delle sue labbra, si accartocciano su se stesse e si chiudono a deglutire. Forse lui avrebbe voluto piangere ma ha da sempre ingoiato ogni pianto. Lui è il duro, ha trovato presto lavoro e non importava a nessuno e nemmeno doveva importare a lui se il lavoro gli piacesse o meno. Doveva avercelo e così esser uomo davvero.
E se malauguratamente qualcosa fosse andato storto, guai a piagnucolare su bollette impagabili. A prescindere dal fatto che lei avesse o meno un lavoro, sua la  responsabilità dei conti, di far quadrare tutto. Mai arrendersi, mai cedere. E così ha ingoiato la commozione di vedere i bambini sempre già addormentati, ha relegato il suo ruolo di padre ai giochi della santissima domenica senza mai sapersi chiedere se fosse stato più giusto cambiargli i pannolini e preparargli le pappette.

Altrove è un tonfo. L’odore del sugo bruciato e i capelli che le volano sul viso dall’urto, a coprirglielo tutto.
Tira su col naso, riprende senza sosta, come se nulla fosse accaduto, a trafficare tra pentole e mestoli.
Lei può non sentire la pelle che s’infiamma e ancora addirittura sorridere. Lei può farlo perché ha dalla sua secoli di storia a sorreggerla. Glielo ha insegnato la storia e lei ha imparato bene: il silenzio, la compostezza, il rigore e addirittura la dolcezza sempre e comunque. I bambini arrivano a tavola festanti: “mamma sei bellissima!”.
Di notte prima dell’arrivare della nuova settimana, c’è uno strisciare di lenzuola. Poi un gemito più forte nel buio. Lei si volta su se stessa e prega al cuscino complicità per addormentarsi presto: ennesimo orgasmo fallito.

“6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale.
( ) …
I partner attuali o ex commettono le violenze più gravi. Il 62,7% degli stupri è commesso da un partner attuale o precedente.
( ) …
Il calo è particolarmente accentuato per le studentesse (…)”.

Fonte:
ISTAT
Periodo di riferimento: 2014
https://www.istat.it/it/archivio/161716

Chiunque perpetui l’impostazione della società e della famiglia sulla base del genere, implicitamente alimenta la cultura dello stupro e irrimediabilmente la disparità di genere. Che possiate risvegliarvi monchi: macabra interruzione della favola domenicale. Che vi guardiate con le braccia penzoloni, oggi. Che finalmente vi guardiate tutti negli occhi. Che possiate sentire il mio grido di donna, i miei sogni giganteschi che non cedono a collassare, malgrado nel 2018 sembra ancora così improbabile che esistano forti e fieri. Che possiate sentire l’indomabilità della mia tenacia e la responsabilità di quanti sacrifici debba assurdamente richiedere. Che vi sentiate tutti un po’ colpevoli e collusi. Che possiate sentire il grido delle donne, di quelle meno fortunate di tua madre che in questa organizzazione da favola ci hanno rimesso la pelle, di quelle che, invece, travestite da principesse si armano di cipria per rendere camaleontiche le botte. Che possiate sopratutto sentire il grido dell’amore. Che rimbombino i sacrosantissimi orgasmi pieni delle coppie che si amano. Che vi facciano invidia. Che vi facciano sentire stupidi, che vi diano la forza di far vacillare secoli pieni e pesanti in un solo gesto rivoluzionario.

Allora a questo punto la favola la scrivo io e vi piacerà tantissimo. Tuo padre che stira le camicie, tua madre che finalmente si è ricordata dei sogni ed ora impara inglese mentre tu sei ai fornelli. Nessuno ti dirà più chi devi essere ed imparerai finalmente ad essere te stesso. I piatti resteranno meravigliosamente sporchi fino alle sette di sera, fino a che tutti rassetteranno. “Scooooopa!” Sarete tutti ancora al tavolo, tutti a giocare e la domenica sarà bellissima come non lo è da secoli o, forse, come non lo è mai stata. Insieme, progetterete di andare in visita ai musei per la prossima domenica, oppure a passeggiare nei boschi.  Controllerete che ci sia il sole e il sole sarà per tutti, nessuno resterà a casa.
La prima rivoluzione è domestica e silenziosa. Partecipa.
Aiutami, aiutaci, aiutati.
25 Novembre: Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Elisa M.