Riscaldamento globale: inquina di più un’auto o una bistecca?

Sono tante le abitudini che ci dicono dovremmo cambiare per cercare di contenere il riscaldamento globale, ma siamo sicuri di sapere quanto sia dispendioso produrre la quantità di carne che consumiamo a livello mondiale? 

Più persone da sfamare, più cibo da produrre  

Il panino con l’hamburger al pub, la bistecca a pranzo la domenica, la pizza broccoli e salsiccia il sabato sera: riuscite a contare quante volte mangiate la carne in una settimana? 

Al di là di un discorso animalista di chi crede che le bestie meriterebbero di continuare a vivere, invece di soddisfare il nostro palato, al di là degli studi che dimostrano che l’abuso di carne non giova alla nostra salute, c’è altro da sapere: mangiamo più carne di quella che potenzialmente potremmo produrre. 

Il consumo di carne nel mondo è quasi cinque volte maggiore rispetto a quello degli anni ’60: siamo passati da 70 milioni di tonnellate a 330 milioni di tonnellate nel 2017, secondo i dati di un recente studio pubblicato dalla BBC. La risposta al perché di questa crescita esponenziale è da associare sicuramente all’aumento della popolazione mondiale, ma anche al fatto che la ricchezza complessiva sia aumentata e, dunque, più persone possono permettersi di mangiare carne. Entrambi i cambiamenti hanno sancito il passaggio di quest’alimento da piatto di lusso a pietanza alla portata di tutti, con la differenza che le bistecche non crescono sugli alberi: hanno un costo, non solo economico. 

 

I danni degli allevamenti intensivi  

All’aumento della domanda di mercato è corrisposto automaticamente un aumento della produzione: sono diventati necessari gli allevamenti intensivi, il cui impatto ambientale è notevole. 

Green Peace ha stimato che l’80% della deforestazione sia dovuta al settore alimentare e che il 29% dell’acqua impiegata nel settore agricolo serva ad allevare gli animali. In più, i fertilizzanti chimici e i farmaci necessari al sostentamento degli animali costituiscono una fonte d’inquinamento per il suolo e per l’acqua. 

I dati si commentano da soli, ma ci chiediamo: è possibile superare il problema? E, se si, come? Ad esempio, per tentare di attenuare il problema dello smog, potremmo decidere di uscire tutti in bici domani e vedere la qualità dell’aria migliorata dopodomani. Ma come funziona per gli allevamenti? In questo caso, non esistono soluzioni di emergenza.

Ciò che è particolarmente dannoso per l’aria sono le emissioni di ammoniaca, che fa parte del materiale particolato secondario, vale a dire le sostanze inquinanti che si vengono a creare tramite le reazioni chimiche avvenute tra l’atmosfera e il particolato primario (sostanze inquinanti direttamente emesse). Ecco il motivo per cui il processo di purificazione dell’aria è meno immediato. 

Secondo l’ISPRA (Istituto Superiore per la Pulizia e la Ricerca Ambientale), bisognerebbe “procedere introducendo nuove strategie di alimentazione del bestiame e tecniche di spandimento e stoccaggio del letame che comportano emissioni ridotte, oltre alla possibilità di limitare le emissioni di ammoniaca derivanti dall’impiego di fertilizzanti.” 

Un confronto dell’impatto ambientale tra tutte le grandi fonti di inquinamento è utile per avere una visione complessiva della faccenda. I dati forniti sempre dall’ISPRA considerano il particolato primario e secondario insieme e la classifica vede al primo posto il riscaldamento col 38%, seguito da 15.1% degli allevamenti, al terzo posto l’industria con l’11% e vengono solo dopo i veicoli leggeri 9%, e le merci su strada 7.1%. 

 

Vegani ma non troppo 

Dobbiamo, quindi, concludere che sia più ambientalista un vegano in auto che un carnivoro in bicicletta?

I fattori da tenere in considerazione sono troppi per poter dare una risposta netta. È interessante, però, l’esempio di Graham Hill, giornalista americano che, quando ha scoperto l’impatto ambientale della carne non è riuscito ad esservi indifferente; ma allo stesso tempo l’idea di dover diventare vegetariano proprio non gli andava giù, e il pensiero di mangiare il suo ultimo hamburger gli creava disagio. Dopo aver meditato a lungo, senza riuscire a superare il dilemma “carne sì” o “carne no”, ha deciso che la soluzione sarebbe stata un’opzione intermedia: Hill è diventato un “week-day vegetarian”, cioè vegetariano sì, ma solo dal lunedì al venerdì, mentre nel week-end si concede il suo piatto di carne, in maniera misurata, così da non rendere vano il sacrificio dei giorni precedenti.  

A chi obietta che di fronte a queste scelte bisognerebbe decidere da che parte stare, senza messe misure, il giornalista ha risposto condividendo i benefici che sente di aver ricavato dalla sua scelta: non fa solo del bene all’ambiente, ma anche a sé stesso, confessando di aver addirittura perso qualche chilo. 

Si tratta di un piccolo sforzo di volontà, che non stravolge l’alimentazione. Potete tirare un sospiro di sollievo: se vi sta a cuore l’ambiente, ma anche la bistecca, un compromesso possibile c’è. 

E quello proposto da Hill è solo uno dei possibili. Ad esempio, potrebbe essere una saggia scelta anche acquistare carne presso produttori più piccoli, che non prediligono modalità d’allevamento intensive. Ma non solo. E, voi, avete altre idee? Condividetele con noi, scrivendoci qui! 

Melania D'Aniello

Come si fa a descrivere se stessi? Non lo so, ma so quello che gli altri dicono di me.

Qualcuno dice che io sia ostinata e rompiscatole. Tutti dicono che che io sia coraggiosa, e uno dei motivi è perché studio Fisica. Sì, è vero, è stata la scelta più folle della mia vita ma, quando l'ho fatta, sapevo che mi sarebbe piaciuto studiare come riassumere l’Universo in leggi concise e ben ordinate.

Ciò che non sapevo è che avrei avuto l’opportunità di lavorare in contesti interazionali, stravolgendo totalmente il mio punto di vista su molte cose, e che interagire con persone di culture diverse mi avrebbe messo ogni volta di buon umore, specie se a tavola o davanti a una birra; non sapevo nemmeno che avrei imparato a vivere lontano da casa, sperimentando innumerevoli partenze e ritorni, ed i maledetti sentimenti contrastanti che ne derivano.

Oltre ciò che dice la gente, qualcosa ho imparato a capirla anch’io di me.

Mi piace osservare le persone per capire cosa c’è oltre la superficie. Non mi piacciono le persone banali, preferisco quelle che sembrano tali, ma poi nascondono dietro un mondo. Non mi piacciono gli anticonformisti a tutti i costi. Mi piace chi ascolta prima di parlare.

Mi piace l’ordine e l’armonia, ecco perché la danza è una mia grande passione: mi basta vedere un ballerino fare due pirouette o un grand jetè e sono felice.

Credo nel valore del cibo: tra cucinare e mangiare in compagnia non saprei scegliere cosa mi fa stare meglio. Mi diletto a preparare ricette sempre nuove, adoro alcuni piatti orientali, ma non rinuncerei mai ai sapori della mia terra. Mi incuriosisce esplorare nuovi luoghi, ognuno con le sue tradizioni, ma fino ad ora niente è mai riuscito ad acquietarmi come il mare di Napoli col Vesuvio sullo sfondo. Per me dire Napoli è dire Massimo Troisi perché “Con lui ho capito tutta la bellezza di Napoli, la gente, il suo destino, e non m'ha mai parlato della pizza, e non m'ha mai suonato il mandolino”.

A proposito di casa e di ciò che mi piace, credo nel potere dell’aggregazione e dell’attivismo giovanile e, fortuna ha voluto che incontrassi persone con visioni a tratti uguali e a tratti opposte, ma che si combinano perfettamente, e trovano modo di esprimersi in quella che è Tutta n’ata storia. Personalmente, mi occupo della rubrica scientifica di questo sito, che mette sempre a dura prova la mia capacità di spiegare concetti complicati in parole semplici. Il titolo della sezione è “Dove andremo a finire?” e la risposta è in ogni articolo in cui si parla di futuro, sostenibilità ambientale, progresso scientifico e tanti altri fatti.