“Verso il 21 marzo”: vi raccontiamo di…Mina Verde

Gelsomina “Mina” Verde è una 22enne di Scampia, brutalmente torturata e uccisa nel 2004 da Ugo De Lucia, killer dei Di Lauro, mandato per compiere una vendetta sui rivali “Scissionisti”. Nel nostro speciale “Verso il 21 marzo” vi raccontiamo la storia di Mina, vittima innocente: i fatti di cronaca e la sua memoria.

Continua il nostro speciale “Verso il 21 marzo”, per dare un volto, una storia, una voce ai centinaia di nomi delle vittime di mafia. Quella che vi raccontiamo oggi è la storia di Gelsomina Verde, per tutti Mina, una 22enne napoletana uccisa nel 2004 nella cosiddetta “prima faida di Scampia”. Un omicidio feroce e spietato commesso della camorra, che tutt’oggi continua a far vittime.

LA STORIA

Scampia, 21 novembre 2004.

Una macchina brucia. Napoli si riconosce anche da questo, dai roghi che ogni notte si accendono nelle periferie, di giorno popolate e nel buio spaventosamente silenziose. Non è un fuoco qualunque quello di quella notte, però. A bruciare non sono i rifiuti, ma è una macchina. Il fumo sale, si fa più nero. L’odore è acre, forte. Come se a bruciare fosse qualcosa di strano; somiglia ad un corpo, ad una persona. Qual è l’odore della pelle che brucia? Esattamente quello di quella notte. 
La pelle, gli organi, i capelli andati via per primi, gli occhi sono di Mina Verde: una donna, una 22enne.

Mina non può sentire nulla però, non conoscerà mai la sensazione di esplodere, perché prima di essere caricata in macchina, cosparsa di benzina e bruciata, è stata torturata e poi ammazzata: legata mani e piedi, percossa; le hanno rotto i polsi, le caviglie e poi – dopo tanto dolore – un colpo di pistola dritto alla testa le ha fatto chiudere gli occhi, per sempre

Chi commetterebbe un omicidio tanto efferato? Sulla risposta non ci sono dubbi: la camorra, quella cosa che a Napoli, e non solo, si infiltra nei vicoli, nei meandri delle case, nella mentalità di uomini piccoli a cui serve uno scopo per sopravvivere. Qualcuno ha osato dire che “fa bene”: all’economia, ai lavoratori, a chi altrimenti dovrebbe morir di fame. In un posto abbandonato come Scampia “fa bene” perché, oltre tutto, c’è un “codice d’onore” alla sua base, una legge da rispettare. È un sistema marcio, sì, ma che comunque ha le sue regole. Chissà se tra le norme dell’ordinamento camorristico c’è anche quello di uccidere gli innocenti; le donne.

LA “PRIMA FAIDA DI SCAMPIA”

Il contesto in cui avviene l’omicidio di Gelsomina Verde è un contesto particolare. In quegli anni, a Scampia e Secondigliano, si fa strada un gruppo chiamato “Scissionisti”: una costola del clan Di Lauro, detentore del potere e delle piazze di spaccio. Gli “Scissionisti” o “Spagnoli” sono capeggiati da Raffaele Amato, ex fedelissimo dei Di Lauro, accusato dai figli del boss “Ciruzz ‘o milionario”, all’anagrafe Paolo Di Lauro, di essersi impossessato di somme di denaro spettanti al clan.  La faida, passata alla storia come “prima faida di Scampia”, è durata circa un anno, causando quasi ogni giorno morti: tra affiliati, familiari di questi e innocenti; una carneficina a cielo aperto. 

Cosa c’entra però Mina con tutto questo?
Mina è una ragazza normale, lavora in una pelletteria e fa volontariato in carcere, perché crede nella speranza. Si è innamorata di Gennaro Notturno, ma quando Gennaro ha iniziato a compiere piccole commissioni per gli “Scissionisti” lo ha allontanato, per non tradire se stessa e per vivere senza paura. I Di Lauro però sono convinti che Mina conosca l’esatta posizione di Notturno, il loro vero obiettivo, credono che i due ex si sentano ancora. Per questo una sera Ugo De Lucia detto “o’ Mostro”, mandato dai Di Lauro, la rapisce, la tortura e l’ammazza. Non ottiene nessuna parola da Mina. Solo urla e lacrime. Solo un altro cadavere sulla coscienza, sempre se una coscienza, uno che è capace di commettere tre omicidi nel giro di 24 ore, ce l’abbia.

IL PROCESSO

Al processo Ugo De Lucia è stato condannato all’ergastolo. A Cosimo Di Lauro, figlio di “Ciruzz ‘o milionario” e mandante dell’omicidio, non è toccato nulla: condannato in primo grado all’ergastolo, è stato ritenuto, successivamente, “non colpevole” dalla Corte di Cassazione. Dopo la sentenza Cosimo Di Lauro ha risarcito la famiglia di Mina di sua spontanea iniziativa con 300.000 euro. La famiglia, costituitasi in un primo momento parte civile, ha deciso di accettare e di mettere fine all’agonia a cui è stata sottoposta per anni, prima di avere una condanna giusta ed equa, che alla fine non è mai arrivata. Se quel denaro è stato accettato, però, c’è un motivo: i soldi non erano macchiati di sangue; erano infatti la somma spettante a Di Lauro per un incidente subito da adolescente.

LA MEMORIA

Alla famiglia Verde nessuno potrà ridare Mina. Nessuno capirà mai il dolore, non solo della perdita di un figlio, di una sorella, ma anche la privazione di un corpo da piangere, il trauma che continua ogni giorno ripensando a ciò che è stato fatto alla propria piccola donna.

La storia di Mina è stata raccontata da Roberto Saviano in “Gomorra”. L’autore ha voluto inoltre dedicarle un episodio di “Gomorra – La serie”, dove a subire la stessa sorte di Mina è Manu,  l’ex ragazza di uno degli affiliati. L’episodio è stato intitolato “Gelsomina Verde”, per ricordare che quello che accade su quello schermo, a volte – o forse troppo spesso – è vero.

A Mina è dedicata l’”Officina delle culture”, che porta il suo nome, nata a Scampia nel 2014 come presidio anti-camorra. L’Officina sorge su circa 2000mq e comprende: laboratori per bambini, attività sportive, doposcuola, laboratori musicali, biblioteca e – soprattutto – un laboratorio teatrale permanente e un laboratorio cinematografico. Un luogo diventato punto di ritrovo sociale. Un gigante di cultura che tiene alta la sua memoria. 

Mina sarebbe potuto essere chiunque, una ragazza la cui unica colpa è stata quella di innamorarsi dell’uomo “sbagliato”, perché da certe logiche non si esce, non si può scappare. In certi posti ci metti radici, in certi “giri” non ci entri: ci sei già legato mani e piedi da piccolo, ci nasci, ci cammini, ci respiri, con i figli dei boss ci giochi al parco, ma poi qualcuno ti spara, perché bersaglio, perché si commettono errori. Qualcuno viene ad offrirti lavoro. Qualcuno ti salva la pelle, perché vuole altro in cambio. E tu non puoi parlare, perché la camorra, poi, smette di farti parlare per sempre. Allora scalci, ti informi, combatti contro i mostri, crei dal basso. E ti può andare bene, ma questo non lo te lo assicura nessuno, perché in certi posti tra le mani non hai nulla: solo la polvere.

Mariasofia Mucci

"In direzione ostinata e contraria" come Fabrizio De André.  Ascolto troppi dischi, vado a molti concerti e riverso le mie sensazioni su fogli Word scritti in Helvetica. La mia musica è sempre lì: tra i miei abissi e le mie montagne, pronta ad accogliermi come un vinile di Chet Baker. Faccio liste che lascio sparse in giro per casa, perché mi aiutano a mettere in ordine i pensieri, le idee e i film che devo assolutamente vedere prima di morire. Mi piacciono: la politica che mi fa sentire viva, le storie dei matti e le storie folli, i luoghi abbandonati, Kurt Cobain, la violenza sul grande schermo, i tatuaggi, i nei, il mare d’inverno, l’Islanda e l’Africa, il numero 7 che mi ricorda che ci si può dedicare una vita intera alle passioni, Peaky Blinders e Vikings, la mia Albania, perdermi tra le Chiese e i vicoli di Napoli, l’orgoglio che ci metto nel dire che sono del Sud, il giradischi che ho comprato lavorando per qualche mese ad Amnesty International e la mia (ancora piccola) collezione di vinili.