Combustibili fossili meno inquinanti: da oggi è possibile

Che ci piaccia o no, il cambiamento climatico esiste, e piuttosto che negarlo o far finta di nulla, potremmo chiederci se ci sono soluzioni realistiche per arginarlo. Noi ce lo siamo domandati e abbiamo scoperto che la riduzione che la riduzione delle emissioni di CO2 è possibile per mezzo di una tecnica che la riporta nel sottosuolo, proprio lì dove è stata estratta. Lo avreste mai detto?

Cosa ci aspetta

Secondo le previsioni, la popolazione mondiale è destinata ad aumentare da sette a nove miliardi nei prossimi quarant’anni, ed entro il 2030 la domanda di energia crescerà del 50%.

Se ad oggi il fabbisogno energetico è soddisfatto per l’80% da combustibili fossili (carbone, gas naturale e petrolio), la situazione sembra destinata a rimanere tale, almeno per i prossimi decenni. Infatti, sebbene lo sviluppo delle energie rinnovabili sia una luce in fondo a questo tunnel che sembra senza via d’uscita, la transizione da fonti fossili a rinnovabili richiede un tempo che va oltre il decennio, e la Terra pare non poter attendere.

I combustibili fossili durante la combustione emettono nell’atmosfera diossidio di carbonio CO2, ovvero anidride carbonica. Le emissioni di CO2 sono la principale causa del riscaldamento globale, e quindi responsabili del cambiamento climatico.

Il punto della situazione

Se continuassimo ad emettere CO2 come abbiamo fatto finora, e fin quando la conversione alle rinnovabili non sarà completamente avvenuta, la temperatura globale continuerà ad aumentare, e con essa lo stravolgimento del clima da una parte all’altra del pianeta.

È del 29 luglio scorso la notizia che le risorse (aria, acqua, cibo…) che la Terra può rigenerare nel 2019 sono già andate esaurite, quindi per la restante parte dell’anno usufruiremo già delle risorse del 2020. Se si considera che mancano ancora ben cinque mesi alla fine dell’anno, si capisce che la situazione è piuttosto seria.

Una possibile soluzione

Secondo gli scienziati, è necessario ridurre del 50% le emissioni di CO2 entro i prossimi vent’anni, e la buona notizia è che una soluzione c’è e si chiama Carbon Capture and Storage (CCS), letteralmente “Cattura e stoccaggio di Carbonio”.

Un impianto CCS si basa su un concetto molto semplice: il carbonio estratto e opportunamente trasformato, dopo la combustione deve tornare di nuovo sotto terra, anziché essere disperso nell’atmosfera, sottoforma di CO2.

Come funziona la tecnologia CCS

Tale sistema interessa principalmente centrali elettriche, raffinerie e industria pesante, che rappresentano le principali fonti di CO2 emessa. L’impianto CCS è in grado di catturare ad oggi il 90% della CO2 emessa, che viene poi trasportata, via mare o tramite gasdotti, fino ad essere stoccata nel sottosuolo in modo sicuro e permanente a profondità che arrivano fino a cinquemila metri.

Il processo si compone di più fasi:

  • separazione. la CO2 viene separata dagli altri gas prodotti nella generazione di elettricità e processi industriali mediante tre metodi: pre-combustione, post-combustione e ossi-combustione;
  •  trasporto. la CO2 viene trasportata tramite gasdotti o navi per lo stoccaggio, attraverso l’uso di tecnologie già esistenti e sicure;
  • stoccaggio. la CO2 viene reimmessa nel sottosuolo ed esistono due possibilità: in acquiferi salini profondi (tremila metri) o in giacimenti di olio e gas esauriti (cinquemila metri).

    Funzionamento di un impianto CCS

Previsione su rischi e costi

Troppo perfetto per essere vero? No, perché il sistema non è perfetto. Infatti, il fattore di rischio non è nullo, ma il fatto che si utilizzino tecnologie già ampiamente testate fa sì che, almeno nei processi di riconversione, il rischio di provocare danni sia quasi nullo. Eppure, qualcosa che potrebbe andare storto nel lungo termine c’è. Ad esempio, si potrebbero verificare imprevisti rilasci di massicce quantità di CO2 in seguito ad eventi climatici, come i terremoti, oppure a causa di una graduale fuoriuscita nel tempo. In risposta a queste obiezioni, il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC), ritiene che le profondità geologiche previste per i futuri siti in progetto, accuratamente selezionati, rendano molto improbabile la possibilità di insuccesso.

In quanto ai costi, un recente report pubblicato dalla Zero Emission Plaform (ZEP) è risultato che i costi della CCS sarebbero di 40-50€/barile per il carbone e 40-70€/barile per il gas, che risultano competitivi con altre opzioni low-carbon come l’energia eolica e l’energia solare.

Non resta che investire in tecniche innovative come la CCS che, in combinazione con il miglioramento dell’efficienza energetica, l’aumento dell’uso di rinnovabili e un comportamento responsabile dei cittadini, possano condurci alla via della salvezza. Anche perché se qualcosa dovesse andare storto… “indovinate chi muore? Noi!”, citando uno dei tanti video simpatici ed istruttivi targati The Jackal.

Fonti: ccsassociation.org, lifegate.it, zeroemissionsplatform.eu

Melania D'Aniello

E' sempre difficile parlare di sè, quindi, per rompere il ghiaccio, iniziamo con un aneddoto divertente. Sei anni fa, dopo il liceo, scelsi di iscrivermi all'università, al corso di laurea in Fisica. Una cosa bella leggera. Da quel momento, ogni volta che mi trovo a dover rispondere alla domanda "E tu che cosa studi?", mi capita di assistere alle reazioni della gente più disparate: dai più diretti che esordiscono con un "Che schifo!", a chi si stupisce, o mi chiede "Ah, ma perchè esiste anche la facoltà di Fisica?", ma i più belli sono i dubbiosi: "Ma intendi Educazione Fisica?"continua a leggere