Paure, forza e umanità: la Caritas durante il coronavirus

Per raccontarvi il nostro ritorno in Caritas – solo, purtroppo, per fini giornalistici – siamo partiti parlando della mensa. Ma non è stato l’unico servizio che è continuato nella struttura diocesana e che ha richiesto una precisa riorganizzazione. In questa seconda parte dell’intervista a direttore e due operatrici, concludiamo il viaggio alla scoperta della Caritas di Sorrento-Castellammare ai tempi del Covid.

Riavvolgiamo il nastro. Due mesi fa (e oltre): al grido di “restate a casa”, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte dichiara l’Italia un’enorme zona rossa. Inghiottite da tutte le misure emanate per far fronte all’emergenza Covid si trovano anche le realtà che quotidianamente lavorano per supportare – tra gli altri – proprio chi a casa non ci può restare: perché solo, perché economicamente in difficoltà, perché in lotta con dipendenze, perché vittima di violenze… Realtà come la Caritas della Diocesi di Sorrento-Castellammare di Stabia

Mi sono spaventata. Quando ho sentito Conte annunciare il lockdown, mi sono spaventata”. Ce lo ha confessato Giovanna Cannavacciuolo, una delle operatrici (nonché segretaria) che, insieme al direttore della struttura diocesana don Domenico Leonetti, abbiamo incontrato la scorsa settimana, durante la nostra visita in Caritas. Ve ne abbiamo già raccontato una parte, soffermandoci in particolare sui cambiamenti e le difficoltà che hanno riguardato il servizio in mensa; ora approfondiamo e concludiamo il discorso.

Dicevamo, Giovanna si è spaventata. Ma perché? Per il virus, sconosciuto e spietato; ma non solo: “Ho pensato a come avremmo continuato a lavorare. Ho pensato, in particolare, a chi veniva qui in mensa non tanto per pranzare o per cenare, ma per non restare solo”.
Sono tanti e diversi i tipi di povertà con cui la Caritas si interfaccia quotidianamente, come la povertà per solitudine, appunto. Ma non solo. Mensa, dormitorio, centri d’ascolto, fondazione anti-usura, emporio della solidarietà, centro accoglienza migranti… Solo alcuni dei servizi erogati ogni giorno che, anche in questo difficilissimo periodo di emergenza, come vi abbiamo già anticipato, non si sono fermati: sono stati “solo” adattati.

Nuovi turni, nuovi orari, nuove modalità di intervento. Ce ne ha parlato meglio il direttore don Domenico Leonetti, per tutti don Mimmo: “La riorganizzazione in primis ha portato alla chiusura del dormitorio che, ricordo, prevede una sosta temporanea. Agli ospiti già presenti è stato chiesto se volessero lasciare la struttura o restare in isolamento qui, e tutti hanno scelto la seconda opzione. Ma, così come non sono stati lasciati soli, non hanno lasciato soli gli operatori: sin dal primo giorno hanno contribuito alle pulizie dei locali e, ovviamente, hanno rispettato tutte le regole vigenti”. 

Stesso atteggiamento anche da parte dei beneficiari de “Il Ponte”, l’opera segno che ha permesso l’accoglienza di alcuni profughi provenienti da diverse zone dell’Africa. “Abbiamo lavorato, insieme a don Carmine che li ospita nei locali della Cattedrale di Sorrento, per consentirgli di acquisire ancora una maggiore responsabilità e autonomia”. A proposito di migranti, sono diventate iconiche le immagini dei tanti fuorisede che l’8 marzo hanno preso d’assalto i treni prima che il lockdown entrasse in vigore e molti le hanno in qualche modo paragonate proprio alle immagini dei migranti sui barconi, sperando che un’umanità che si mette irresponsabilmente in viaggio non si permetta più di giudicare chi scappa da una guerra. Ecco cosa ne pensa don Mimmo: Se il pensiero delle persone sull’immigrazione cambierà? Probabilmente, a livello individuale sì, ma nella macro-società, credo proprio di no. I cambiamenti nascono per lo più da determinate esigenze e non è detto siano, perciò, sempre positivi. Faccio un esempio: fino a poco fa, i migranti non esistevano quasi più; ora che c’è la richiesta di lavoratori nei campi si parla di nuovo di loro”.

Tornando ai servizi nella sede di Castellammare, non c’è stato da pensare solo alla mensa – di cui vi abbiamo già parlato – o al dormitorio: “Abbiamo dovuto chiudere il centro d’ascolto, ma solo fisicamente. Lo abbiamo trasformato in uno sportello telefonico, sia questo in via S. Bartolomeo che quello dedicato alle donne del centro Sora Aqua. Per fortuna, le persone hanno continuato ad usufruirne. Anzi, le telefonate sono aumentate.

A cosa è stato dovuto questo aumento? Ce lo ha spiegato Alessandra Rosa, operatrice del centro d’ascolto e della fondazione anti-usura Exodus: “Sono emerse nuove povertà che hanno riguardato una nuova fascia sociale: tante persone del cosiddetto ‘ceto medio’ hanno dovuto fare i conti con le conseguenze della perdita del lavoro, ad esempio”.
Sì, la mancanza di lavoro è uno dei problemi con cui ci troviamo ad avere a che fare quotidianamente”, le ha fatto eco don Mimmo, “perché, oltre al generale stop dell’economia, il lavoro in nero è ancora molto diffuso. In più, anche chi è rientrato negli aiuti economici stanziati ha magari problemi da risolvere nell’immediato e non può attendere che i soldi vengano erogati. Noi come Caritas, soprattutto con una maggiore collaborazione con le Parrocchie che meglio conoscono le problematiche locali, abbiamo tentato e stiamo tentando di intervenire anche in questi casi”. 

A proposito del centro d’ascolto, ci sono cambiamenti in vista, come ci ha svelato don Mimmo: “Insieme ad Exodus, stiamo migliorando le ultime cose a livello strutturale e pratico per la sicurezza: abbiamo acquistato un termometro digitale, i dispositivi di protezione, gli igienizzanti… E stiamo attrezzando gli ambienti con i pannelli di plexiglass. In questo modo, a breve potrà riprendere il centro d’ascolto con gli incontri individuali”.

Piccoli segnali di miglioramento. Ma miglioreranno le condizioni generali della società, quando tutto questo sarà finito?Pensiamo giorno dopo giorno, credo che nei momenti di difficoltà convenga fare così”. Questo il consiglio del direttore della Caritas Diocesana. “Tutti hanno la speranza di riprendere in mano la propria vita, ma non come prima… Meglio di prima! Il coronavirus ha portato a galla situazioni difficili che, però, già erano presenti nel nostro tessuto sociale; le ha solo accentuate. Come il lavoro in nero. Speriamo che la speranza faccia da motore per raggiungere davvero il meglio”.

E noi, cambieremo?L’essere umano tendenzialmente dimentica”, ci hanno detto quasi in coro Alessandra e Giovanna. “Ma ho sentito una frase che mi rimbomba in testa: ‘Ora chi ha tanto deve dare’, e ho visto tante persone dare in questo periodo”, ha aggiunto la segretaria della Caritas.
Già, perché, al di là di come andrà, che tutto torni come prima o, come ci auguriamo, che una migliore normalità diventi la nuova quotidianità, qualcosa lo stiamo imparando. E don Mimmo ha chiarito bene cosa: “Non siamo soli. Non possiamo essere soli, nel bene e nel male. L’uomo si è reso conto, anche e soprattutto a livello pratico, che non può vivere isolato dall’altro. Ad esempio, un imprenditore senza il lavoro degli operai non può far fruttare la sua ricchezza. Ma anche – cito il mio caso – un prete senza la sua comunità non è niente. L’unica cosa che penso l’umanità abbia imparato è proprio questa: soli siamo nulla.

 

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Feliciana Mascolo

“Devi cambiare d’animo, non di cielo”: la frase che mi ripeto più spesso quando mi viene voglia di scappare; ma restare mi piace di più. Credo nelle radici anche quando meriterebbero di essere estirpate. Il mio primo amore è stato – ed è – il calcio. A 14 anni ho iniziato a seguire il Sant’Antonio Abate, prima da appassionata e poi da addetto stampa: Eccellenza, serie D, Eccellenza e continua a leggere