Sant’Antonio Abate: il fuoco, il maiale e la campanella

Oggi, 17 gennaio, si festeggia Sant’Antonio Abate, patrono del nostro paese. Ma quanto sappiamo su di lui? Ecco qualche curiosità!

Il giorno dei giorni è oggi, 17 gennaio, che il calendario dedica alla celebrazione dell’eremita egiziano di cui il paese porta il nome.
“Sant’Antuono” è spesso rappresentato con tre simboli: il fuoco, il maiale e la campanella. Perché? Ecco qualche curiosità a riguardo per scoprire di più sulla storia del Santo!

IL FUOCO: SULLA TERRA GRAZIE AL SANTO E AL SUO MAIALE 
Dalla Sardegna, un racconto di Antonio Abate come Prometeo, “ladro” del fuoco. Pare che il santo, ormai vecchio, si sia recato con il suo maiale negli inferi a procurarsi del fuoco per gli uomini. Bussò al tetro portone, ma a lui, che aveva sempre sconfitto il male, non fu consentito l’accesso. Diversamente accadde per il suo fedele compagno che però, non appena entrato, mise tutto a soqquadro fino a costringere i diavoli a recarsi dal santo per chiedergli di riprendersi la tremenda bestia. L’Abate tornò così nel regno dei dannati e placò il maiale. Si sedette per riposare colpendo, di tanto in tanto, con il suo bastone, la schiena dei diavoli che gli passavano davanti. Infastiditi, presero il bastone e lo gettarono tra le fiamme, provocando nuovamente l’ira del maiale. “Lo faccio star buono”, disse il Santo, “ma dovete ridarmi il bastone”. Glielo resero e il suo fido compagno tornò calmo. Insieme, uscirono dagli inferi, ma con una scintilla che ardeva nel midollo del bastone. Fu così che il fuoco giunse sulla terra! Ebbene sì, grazie a un maiale.

ANCORA FUOCO… QUELLO DI SANT’ANTONIO!
S. Antonio Abate morì all’età di 105 anni e il suo corpo venne seppellito in un luogo conosciuto da pochi. Nel 561 fu però scoperto il suo sepolcro e le reliquie cominciarono un lungo viaggio che le portò fino in Francia, a Motte-Saint-Didier, nell’XI secolo. Dopo la traslazione delle sue spoglie, presso il monastero antoniano trovarono una miracolosa guarigione i malati di Ignis Sacer, “fuoco sacro”: una malattia che si manifestava con vescicole e un immenso dolore, come se la pelle stesse bruciando. S. Antonio, ormai noto per le sue lotte contro il demonio, divenne colui che era capace di vincere la malattia che bruciava come il fuoco dell´inferno.
L’Herpes zoster è detto “Fuoco di S. Antonio” poiché anticamente fu confuso con l’Ignis Sacer.
I più critici, però, non mancano di sottolineare che il cosiddetto Ignis Sacer altro non era che l’ergotismo, una malattia imputabile ad un fungo contenuto nella farina di segale, usata allora per fare il pane. A loro parere, la guarigione è da attribuire non al santo, ma alla segale dei monasteri, non contaminata.

IL MAIALE E LA CAMPANELLA DELL’ABATE
Il bruciore provocato dall’Ignis Sacer veniva lenito dagli antoniani con un balsamo per la cui realizzazione i monaci si servivano del grasso dei maiali. La comunità di monaci volontari, che si occupava degli affetti dal morbo, fu successivamente riconosciuta, nel 1095, come un ordine religioso regolare dal papa Urbano II che concesse agli antoniani il privilegio di allevare maiali per uso proprio. Al collo delle bestie di proprietà dell’ordine antoniano venne legata una campanella come segno di riconoscimento, in modo che potessero circolare liberamente. All’eremita egiziano, invece, si attribuì il patronato sui maiali, poi, per estensione su tutti gli altri animali domestici.
Ma diversi sono i racconti che spiegano la presenza del maiale ai piedi del santo. Si dice che sia il simbolo dell’Anticristo ammansito dall’abate o semplicemente un maiale riconoscente per essere stato guarito e poi c´è chi cerca una spiegazione diversa, nel mondo celtico. I Celti veneravano il dio Lug, ritratto come un giovane con un cinghiale tra le braccia. Lug è il dio che fa risorgere la primavera, figlio della Grande Madre cui erano consacrati i cinghiali. I primi cristiani celti trasferirono in S. Antonio abate le qualità del dio pagano e così, nell’iconografia si inserì il cinghiale, divenuto poi maiale per estirpare il ricordo precristiano.

 

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Marzia Mascolo

La più realista tra i sognatori, la più disfattista degli ottimisti. Una perfezionista, dicono in molti. Futuro architetto, innamorata dell’arte in ogni sua forma. Mi piace osservare, scovare il dettaglio sfuggito al primo sguardo. Camminare a testa alta, perché ho imparato che la prospettiva sa cambiare di continuo e - con gli occhi bassi - si perde tanta bellezza 
L’università mi ha trasformata in continua a leggere